Il licenziamento con preavviso è sanzione sproporzionata per il
lavoratore che, in seguito al ritiro della patente di guida a causa di stato di ebrezza, non possa svolgere il turno settimanale di reperibilità per interventi urgenti al di fuori dell’orario di lavoro.
E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la ordinanza 7
novembre 2011, n. 23063 in merito alle precedenti decisioni del giudice
di prime cure e del successivo giudizio di appello.
Nel caso di specie il lavoratore veniva licenziato dal datore di lavoro
per il riflesso automatico che la sua condotta aveva avuto sul vincolo
fiduciario a fondamento del rapporto di lavoro. Respinge la validità di
questa scelta la Corte di Appello che nel suo giudizio, condividendo
l’operato del giudice di primo grado, rileva che l’essere inserito nel
turno di reperibilità non può essere equiparato all’essere in servizio
effettivo e nell’espletamento delle mansioni lavorative. Inoltre, nella
notte in cui il lavoratore non aveva potuto svolgere il proprio turno di
reperibilità, nessuna chiamata veniva effettuata.
Da ciò il venire meno del riflesso automatico sul vincolo fiduciario,
automatismo che tuttavia non poteva verificarsi senza la valutazione
delle circostanze e delle modalità concrete del fatto e del suo
contesto. Al riguardo, i giudici del Palazzaccio sottolineano
che, pur essendo il fatto in sé oggettivamente grave, non era tale da
giustificare la sanzione inflitta soprattutto attraverso una
comparazione con fattispecie simili ed alle conseguenti sanzioni.
Si legge nella sentenza che in base al CCNL era prevista una sanzione
meno affittiva per un comportamento sicuramente più grave – sanzione
conservativa per manifesta ubriachezza durante l’orario di lavoro – con
la conseguente sproporzione della sanzione inflitta nel caso concreto.
Gli ermellini, infine, evidenziano il corretto iter
argomentativo adottato dalla Corte d'appello a sostegno delle sue
conclusioni e, conseguentemente, la decisione di rigettare il ricorso,
condannando il ricorrente alle spese di giudizio.
(Altalex, 1° dicembre 2011. Nota di Alessandro Ferretti)
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE VI CIVILE
Ordinanza 7 novembre 2011, n. 23063
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
La Corte, letta la relazione del Cons. Paolo Stile;
udite le conclusioni del P.G., Dott. Elisabetta Cesqui;
esaminati gli atti, ivi compresa la memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 2, della ricorrente;
osserva:
con sentenza in data 17.6.2009 il Tribunale di Torino, accogliendo il
ricorso proposto da I.F. contro la datrice di lavoro CIOCCA srl,
dichiarava illegittimo il licenziamento intimato al lavoratore in data
14.10.2008 e conseguentemente condannava la convenuta alla reintegra ed
al risarcimento del danno parametrato alle retribuzioni globali di fatto
maturate dal giorno del licenziamento a quello della effettiva
reintegra, oltre alla regolarizzazione contributiva ed a pagamento delle
spese processuali.
La Corte d'appello di Torino, su impugnazione della società, confermava
in buona parte le pronuncia del primo Giudice, limitandosi ad una
riduzione della retribuzione su cui rapportare il richiesto
risarcimento.
Osservava la Corte territoriale che, in punto di fatto, era risultato
che in data 2 ottobre 2008 lo I. comunicava alla datrice di lavoro di
non potersi recare al lavoro perchè gli era stata ritirata - la sera
prima - la patente di guida a causa di "stato di ebbrezza";
era accaduto che la sera egli si era recato a cena con la moglie in un
ristorante cittadino ed, all'uscita, era stato fermato da una pattuglia
di CC, sottoposto ai controlli di rito che rilevavano un tasso
alcolimetrico eccedente i limiti con conseguente immediato ritiro della
patente di guida. Era risultato, inoltre, che in quei giorni lo I. si
trovava inserito nel turno settimanale di "reperibilità" per interventi
urgenti al di fuori dell'orario di lavoro. In considerazione delle
suddette pacifiche circostanze la C., previa contestazione
dell'addebito, ritenuto irrimediabilmente incrinato l'elemento
fiduciario, posto a base del rapporto di lavoro, procedeva al
licenziamento del dipendente.
Orbene, la Corte d'appello ha condiviso il giudizio del Tribunale
secondo cui "l'essere inserito nel turno di reperibilità non può essere
equiparato all'essere in servizio effettivo e nell'espletamento delle
mansioni lavorative, che nella notte in questione non vi sono state
chiamate che interessassero il turno di reperibilità, che lo stato di
ebbrezza non può avere automaticamente riflesso sul vincolo fiduciario
senza la valutazione delle circostanze e modalità concrete del fatto e
del suo contesto, che anche per l'assenza di precedenti disciplinari del
lavoratore la sanzione espulsiva doveva considerarsi eccessiva e non
proporzionata alla gravità del fatto".
Ha, tuttavia, tenuto ad aggiungere che, pur essendo il fatto in sè,
oggettivamente, grave, tale gravità andava rapportata alle circostanze e
modalità, nonchè alle previsioni contrattuali, al fine di adeguare la
sanzione anche con riferimento a fattispecie simili o - a seconda - più o
meno gravi ed alle conseguenti sanzioni. Occorreva, infatti,
considerare che la CIOCCA srl si occupava della riparazione e
manutenzione degli ascensori e quindi la squadra costituente il turno
"di reperibitità" era formata da operai che, al di fuori ed oltre al
loro normale orario di lavoro, possono se del caso essere chiamati per
interventi di emergenza (guasti ecc).
Era, pertanto, evidente che l'essere inserito nel turno di reperibilità
non poteva essere tout - court equiparato ad essere in servizio o a
svolgere attività lavorativa.
Inoltre, il ceni applicato a rapporto in questione prevedeva, tra i
comportamenti per i quali viene irrogata una sanzione conservativa (che,
a seconda della gravità del fatto, può andare dalla ammonizione scritta
alla sospensione), tra gli altri, il fatto di chi "... venga trovato in
stato di manifesta ubriachezza durante l'orario di lavoro" (art. 9
lett. f).
Occorreva, del resto, considerare che lo I. non era stato trovato in
stato di "manifesta ubriachezza" - ben diverso essendo il rilevare uno
"stato di ebbrezza" sufficiente ai sensi del codice della strada per il
ritiro della patente di guida - e non era, in quella occasione,
"...durante l'orario di lavoro", non potendosi ad esso equiparare lo
status di "reperibilità".
Dunque, in base al ceni, era prevista una sanzione meno affittiva di
quella irrogata nella fattispecie, per un comportamento sicuramente più
grave di quello addebitabile allo I..
Pertanto, era evidente la sproporzione della sanzione irrogata
all'appellato in relazione al grado di lesione delle norme contrattuali
da esso posto in essere.
Per tali ragioni la sentenza è stata confermata sul punto, mentre -
come accennato - doveva accogliersi l'appello laddove contesta la
determinazione del quantum disposto a titolo di risarcimento del danno.
DIRITTO
Il ricorso per cassazione della Ciocca srl articolato in sei motivi non può trovare accoglimento.
Con i primi tre motivi la ricorrente, denunciando violazione della L.
n. 300 del 1970, artt. 7 e 18, contesta la valutazione operata dai
giudici di merito in ordine alla gravità del fatto addebitato al
lavoratore ed alla ritenuta sproporzione della sanzione inflitta,
dovendosi, quantomeno, ritenersi adeguato il licenziamento con preavviso
(2 motivo), occorrendo, in ogni caso, una pronuncia sul punto, così
come richiesto in vìa subordinata (3 motivo).
Con il quarto ed il quinto motivo la ricorrente lamenta l'omessa
pronuncia del Giudice d'appello sulla ulteriore subordinata richiesta di
contenere la misura risarcitoria in cinque mensilità e di tenere conto
dell'aliunde perceptum, mentre con il sesto lamenta la disposta condanna
alle spese.
Il ricorso è infondato perchè, per un verso, si risolve in una critica
alle valutazioni di merito del Giudice a quo, che - come sopra esposto -
ha diffusamente e convincentemente argomentato il decisum e, per altro
verso, è diretto a denunciare omissioni, quali l'omessa pronuncia
sull'adeguatezza del licenziamento con preavviso e sull'aliunde
perceptum.
In ordine a tali doglianze è agevole osservare, circa la prima pretesa
omissione, che la prospettata adeguatezza del licenziamento con
preavviso è stata in maniera implicita, ma non per questo poco chiara,
disattesa dalla Corte di merito, che, nell'argomentare la sproporzione
della sanzione inflitta rispetto al fatto addebitabile allo I., ha
ritenuto di confermare la sentenza di primo grado sul punto.
Analogamente, circa la richiesta detrazione dell'aliunde perceptum, la
conferma della sentenza di primo grado, che ne ha previsto la deduzione,
comporta, di fronte alla mancanza di prova in proposito, una condanna
generica, che -come specificato dallo I. nel proprio controricorso-, ha
dato luogo ad un separato giudizio non ancora conclusosi con un
pronuncia definitiva. Quanto, poi, alla richiamate violazione della
contrattazione collettiva, la mancata produzione dei relativi contratti
determina la improcedibilità dei motivi che ad esse si riportano (art.
369 c.p.c., n. 4).
Priva di consistenza, infine, è anche la doglianza concernente la
disposta condanna alle spese processuali, trovando essa fondamento nel
principio della soccombenza, sancito dall'art. 91 c.p.c..
Non risultando sussistere i denunciati vizi e apparendo corretto l'iter
argomentativo adottato dalla Corte d'appello a sostegno delle sue
conclusioni, il ricorso va rigettato.
Le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono
la soccombenza con attribuzione agli avv.ti antistatari Filippo Aiello e
Nino Raffone.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese
di questo giudizio, liquidate in Euro 30,00 oltre Euro 2.000,00 per
onorari ed oltre spese generali, IVA e CPA, da distrarsi a favore degli
avv.ti Filippo Aiello e Nino Raffone.
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